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PRESENTAZIONE del Libro di LAURA D’INCALCI L’OLIO NEL VETRO SCURO
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Biblioteca Comunale di Como – 18 novembre 2008 ore 9.00
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Chiara Milani - Direttrice Biblioteca Comune di Como –
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Io sono davvero molto felice ed orgogliosa di poter ospitare questa serata del Banco di Solidarietà perché è nata proprio qui in biblioteca l’idea di organizzare questo incontro. Infatti ho conosciuto Marco Mazzone e Sonia Bianchi questa estate in occasione della Notte Bianca. –
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Per la Notte Bianca avevano portato dei loro materiali e li avevano esposti e abbiamo incominciato a parlare di questo problema della povertà e delle nuove povertà. –
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La biblioteca comunale infatti, ha sempre accolto tra i suoi lettori persone a disagio, persone che esprimevano disagio sociale e anche culturale. La nostra è una struttura molto ampia, molto aperta, che per tradizione non respinge nessuno. Ultimamente – dicevo questa estate a Marco e Sonia – abbiamo visto aumentare la frequentazione di alcune persone che, senza essere proprio i classici barboni, tuttavia esprimevano una serie di disagi. –
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Noi le abbiamo sempre accolte qui in biblioteca, le abbiamo sempre supportate, abbiamo dato loro sempre la possibilità di utilizzare i nostri strumenti bibliografici, di prendere in prestito i nostri libri e abbiamo sempre cercato, io in prima persona e il nostro personale, di gestire anche situazioni a volte non semplici, a volte complicate perché queste persone molto spesso non venivano accolte bene dal restante gruppo dei nostri utenti. –
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Però dall’incontro con queste persone abbiamo veramente imparato tanto e abbiamo anche incominciato anche a capire come questo disagio si stava esprimendo sempre di più in maniera macroscopica. Dall’utilizzo delle nostre strutture, dei nostri libri e dei nostri strumenti bibliografici abbiamo incominciato ad osservare, a parlare con queste persone e vedere che venivano in biblioteca magari anche solo per lavarsi la faccia, lavarsi le mani, per scambiare due parole, quindi esprimevano anche una solitudine legata alla loro situazione, per bere qualche cosa di caldo. Quindi io direi che questo incontro è nato proprio per una comune sensibilità e per questo scambio di idee che abbiamo avuto con Marco e con Sonia che ringrazio. –
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Legato a questa riflessione sulla povertà e le nuove povertà, c’è stata anche l’organizzazione di questa mostra fotografica con le foto molto belle che vedrete dopo di Carlo Pozzoni e il bellissimo libro di Laura D’Incalci che ho visto un pochino nascere e che però solo questa sera ho avuto in mano perché la pubblicazione è proprio fresca, il libro è fresco di stampa e l’abbiamo avuto per le mani questa sera. –
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Conosco Laura da qualche anno, so che è una persona sensibile e attenta e ha sempre seguito anche i lavori e le manifestazioni di questa biblioteca, la voglio ringraziare con particolare calore. –
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Quindi grazie a tutti, spero che passeremo insieme una buona serata di riflessione su questi temi e passo la parola a Giorgio Gandola ringraziandolo ancora una volta. –
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Giorgio Gandola - Direttore del quotidiano “La Provincia” –
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Grazie. Mi veniva di riflettere su una frase della direttrice della biblioteca “comunità d’intenti” in effetti quando Laura D’Incalci è venuta al giornale a raccontarmi come pensava di organizzare questo libro e perché e per quale motivo aveva deciso di puntare, come in una sorta di fotografia eterna, su questi straordinari personaggi ai margini della nostra società - e poi bisogna capire dov’è il punto centrale, il baricentro di una società, se sta ai margini o se sta dove pensiamo noi, ma questo è un altro discorso - mi sono accorto che stava nascendo qualcosa di straordinario e al tempo stesso di straordinariamente giornalistico. –
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Questo libro è un esempio meraviglioso di giornalismo puro e nella prefazione lo dice anche il Vescovo Coletti. –
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In questo passaggio soprattutto: “Non si può accostare una persona, per quanto indigente, solo per consegnare un pacco e poi andare via. Ho letto questa frase nelle pagine che seguono e la condivido in pieno. La fame fisica talvolta è l’ultima manifestazione di una fame ben più profonda perché le fatiche da affrontare sono tante: le difficoltà, la solitudine, magari la malattia, l’età che avanza. Dietro ogni persona incontrata ci sono storie che chiedono ascolto e partecipazione”. –
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E mi è venuto in mente direttamente da quello che mi diceva Laura e, da questa frase, ciò che Montanelli ai suoi ragazzotti a Milano a fine anni ’80 raccomandava tutti i giorni quando scendeva in tipografia la sera e c’erano una decina di trentenni; esattamente come un grande barone di medicina con i suoi giovani ma anche più inesperti medici appena laureati, lui diceva: “ragazzi non mi interessano le notizie, le notizie stanno per essere uccise dagli altri mezzi di comunicazione, dalla televisione e poi con grande lungimiranza arriverà quella scatola lì (indicava un computer e pensava a internet) e quindi le notizie le racconteranno altri. Noi dobbiamo ricordarci sempre che dietro una notizia c’è una faccia e dietro una faccia c’è una storia da raccontare. Io voglio quella storia, tutti i giorni solo ed esclusivamente quella storia, perché quella storia significa vita”. –
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Ecco in questo libro c’è questo esempio meraviglioso di storie. Sono storie che noi possiamo leggere con una totale leggerezza di intenti e possiamo però soffermarci sulla morale di queste storie per riflettere su noi stessi attraverso le esperienze negative, se vogliamo, o anche positive e comunque di vita vissuta di tutti i protagonisti di questo libro. –
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Quindi è veramente con orgoglio che sono qui questa sera a presentarlo e a partecipare a questo momento di vita. Per cui ringrazio Laura per averlo scritto, ringrazio Itaca per averlo pubblicato e vorrei che fosse Angelo Zamboni della casa editrice a raccontarci un pochino i retroscena di questo libro e a spiegare come mai si è deciso a mettere su carta un’esperienza così forte. –
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Angelo Zamboni - Casa Editrice ITACA –
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Buonasera a tutti. Devo dire che Itaca nasce come editrice e anche come libreria on-line nello stesso spirito con cui è nato questo libro. Per questo ci siamo riconosciuti in tempi magari non usuali per produrre un libro, nel senso che c’era quasi bisogno di dar forma editoriale e di dar corpo al lavoro molto importante e noi abbiamo aderito cordialmente, ma perché partecipavamo già come opera e come attività editoriale dello stesso spirito che ha animato l’origine di questo libro. –
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In effetti Itaca è un’editrice che nasce quindici anni fa a Castel Bolognese, produce e pubblica libri che valorizzano tutto quello che riguarda l’umano, la domanda dell’uomo sul senso della sua vita e anche alcuni tentativi e capacità di risposta. In questo senso un libro che racconta le vicende del Banco Alimentare ci ha anche colpito per la profondità di certi racconti e di certi interventi. –
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Direi che quindi al di là della velocità con cui abbiamo deciso di pubblicarlo, che forse appunto non è usuale nei tempi con cui si produce un libro, la molla del coinvolgimento è stata proprio il cogliere un valore - il cogliere semmai anche un bisogno, c’era il bisogno di dare una forma al libro - e su questo ci siamo riconosciuti. –
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Per il resto tutto il merito va a chi l’ha scritto e che ha creato questa opera che vi invito a leggere. Grazie. –
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Adesso, dal contenitore passiamo direttamente al contenuto. Il contenuto ovviamente sono queste storie straordinarie che secondo me si possono riassumere nell’indice. Ci sono personaggi particolari: “Delfio ha trovato la sua sostanza”; mi piace leggere, mi sembra veramente qualcosa che va da Sciascia a scrittori americani più aggressivi. “Gianluca uscito dalla normalità”, “Un’oasi di silenzio di pace alle porte della città”, “La vita bislacca di Oliviero”. –
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Tutti personaggi, tutte persone che hanno un nome, un cognome e una storia. Tutte persone che hanno sofferto tantissimo e che grazie al Banco di Solidarietà, grazie alla Giornata della Colletta, grazie a più di dieci anni trascorsi ad organizzare questa iniziativa che è sicuramente nobile per la nostra città… –
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Apro e chiudo parentesi: la nostra città è assolutamente straordinaria da questo punto di vista, ha un cuore enorme, ci sono tantissime associazioni e tutte bussano giustamente alla porta del nostro giornale per avere sottolineature, per avere pubblicizzazione di quello che si fa, e secondo me tutte hanno diritto di averla perché tutte sono assolutamente fuori dalla norma. Io non ho mai visto tante associazioni così tanto radicate e così tanto orgogliose come in questa città che ha mille problemi, ma che da questo punto di vista è garantita per i prossimi cent’anni a livello di orgoglio e di capacità di guardare in faccia la realtà, di aiutare i più deboli. –
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Queste storie sono il prezzo di dieci anni di lavoro generoso, e chi meglio di Marco Mazzone, Presidente del Banco di Solidarietà può venir qui a raccontarci questi dieci anni e magari anche come con Laura é’ stata decisa la scrematura di queste storie, quali meritavano di entrare nel libro e quali invece non sono entrate. Però Marco Mazzone è già qui e io, che l’ho completamente bollito oggi, pensavo che fosse in mezzo al pubblico. Prego. –
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Marco Mazzone - Presidente del Centro di Solidarietà di Como –
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Io ringrazio tutti innanzitutto perché questo mi dà l’occasione per raccontare che cosa ha voluto dire per noi fare questo libro. –
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Quando noi abbiamo pensato a questo libro l’intento era quello di documentare ciò che era accaduto ed accadeva, come ha descritto benissimo Giorgio, negli innumerevoli incontri di cui ognuno di noi era testimone in quell’esperienza molto strana e misteriosa che consisteva nel portare il pacco di viveri a persone che vivevano una situazione in difficoltà. –
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Ci rendevamo conto del fatto che ognuno di noi conosceva solo un piccolo tratto di esperienza, quella vissuta personalmente da tanti fra noi, e ognuno faceva una propria esperienza di condivisione con chi aveva bisogno, con chi viveva una situazione di difficoltà. –
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Ci siamo accorti appunto, che andando avanti, accadevano tanti fatti, tanti episodi e tante testimonianze di un cambiamento semplice, ma allo stesso modo molto significativo per la nostra vita. –
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E quindi lo scopo, man mano che noi procedevamo, andavamo avanti, diventava sempre più quello di raccontare quello che era accaduto, ciò che accadeva, ciò che ci succedeva. –
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Noi eravamo partiti proprio da una semplice catalogazione di testimonianze, di interviste. –
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Ad un certo punto ci siamo resi conto che tutto questo stava prendendo la forma di un libro, cioè stava prendendo la forma di una scoperta, di una scoperta di una realtà in opera. –
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Questa scoperta era come un viaggio di conoscenza delle singole esperienze ed emergeva proprio il bisogno comune che lega chi dona e chi riceve. –
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Ma questo, prima ancora di essere un bisogno materiale, testimoniava un bisogno più grande: il bisogno di ciascuno di noi e di chi avevamo di fronte di essere abbracciato. Di essere abbracciato con una consapevolezza che è cento volte più grande di quella fisica, abbracciato totalmente proprio per quel destino misterioso che ognuno di noi ha, e che ogni persona ha. –
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E’ questo che ha incominciato ad interessarci. E’ molto interessante e molto bello come anche è scritto nel libro, Rosa - come ben potete pensare è un nome di fantasia - diceva: “ Loro non richiedono niente, non mi chiedono di raccontare tutta la storia, sono discreti, per questo li aspetto come si aspettano degli amici”. –
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Ecco, è questo “come si aspettano degli amici”, è questo che in fondo, quando andiamo a trovare una persona in difficoltà, ci rendiamo conto che questa persona ci aspetta non solo per il pacco ma perché siamo suoi amici. Allora da ogni storia viene fuori una ricchezza molto più grande del pacco di viveri, proprio una bellezza che val la pena appunto di raccontare. –
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Di questa bellezza, i primi beneficiari, man mano che andavamo avanti, ci siamo resi conto che eravamo noi. –
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E’ questo il punto, è questa la scintilla che a un certo punto ci ha mosso a chiedere a Laura - che da sempre ci ha seguito come giornalista de La Provincia nelle nostre iniziative della Colletta ma anche di altre iniziative del Banco di Solidarietà- di aiutarci a dar voce a queste storie. –
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Con lei ci siamo proprio stupiti della ricchezza che emergeva e ci siamo detti: mostriamola ad altri. –
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Era crescente il desiderio di farla conoscere a tutti; l’idea del libro ci sembrava il mezzo più adeguato per fare arrivare a tanti altri non quello che noi facciamo, la nostra attività pur importante, ma questa ricchezza che era inaspettata e imprevedibile per noi: un piccolo gesto, molto semplice come quello di portare un pacco con prodotti alimentari a chi appunto non tira fine mese, può provocare. –
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Il contenuto del libro è questo. Dalla raccolta di storie, fino a pubblicare un libro e ci siamo resi conto che questo passo non era brevissimo, non era così facile, di questo eravamo coscienti. Da una parte c’erano delle storie vere, vissute, c’era Laura una scrittrice, ma ci volevano anche le risorse e quindi da qui ci siamo ingegnati. –
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Ringraziamo Itaca che ha creduto e crede in questo tentativo e poi tutti coloro che con noi hanno visto la bontà di questo tentativo: a partire dal Direttivo del Banco di Solidarietà, dai nostri amici più prossimi come Carlo Marucci - che ha passato delle notti a mettere insieme la grafica di questo libro - a tantissimi amici volontari del Banco di Solidarietà, poi gli intervistati, gli Enti che sono qui in tantissimi e che si sono resi disponibili per dare visibilità anche attraverso delle foto - scattate da Carlo Pozzoni - a questa ricchezza. Con loro tanti amici, non posso non ricordare gli amici alpini a cui ci lega una grossa amicizia, non posso non ricordare chi poi ha sostenuto questo tentativo come la Compagnia delle Opere, la Confartigianato, la Confcoperative e in particolare il Bennet che ci ha permesso di stampare questo libro e di questo ne siamo grati. –
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Questo cosa ha voluto dire? Questo tentativo, questo viaggio ha cominciato a partire con delle gambe ben salde e, prima timidamente, poi ha cominciato a camminare. Questa scoperta di ricchezza cosa ci ha permesso? Ha cominciato a farci conoscere meglio noi stessi a partire da quel bisogno di abbraccio di cui ognuno è definito, che è come la scintilla, ci siamo resi conto che questa è la scintilla che muove tutto: questo bisogno. –
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Tornando all’esperienza del Banco il dato più evidente era proprio questa crescita anche quantitativa in termini di coinvolgimento, perché c’è stato proprio rispetto a dieci anni fa, un aumento anche del lavoro testimoniato da iniziative, in particolare siamo andati a fondo di quello che era la nostra esperienza di portare i pacchi viveri … siamo partiti da una famiglia dieci anni fa, ora sono 125 le famiglie che vengono aiutate, grazie all’impegno di 70 volontari. –
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Abbiamo guardato, abbiamo cominciato a guardare e ci siamo resi conto dei passi fatti insieme. –
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La bellezza di questa esperienza ci ha educato ad implicarci e a condividerla con altri. –
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E’ nata anche l’esperienza di “DONACIBO” in tutte le scuole di Como che ha portato l’anno scorso alla raccolta di quasi 10.000 Kg. di alimenti. –
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Ma la cosa più importante è stata la valenza educativa che questo ha voluto dire: la proposta. La cosa più importante è stata che i nostri volontari, noi in prima persona, abbiamo cominciato a giocarci noi stessi andando nelle classi a incontrare bambini e ragazzi e raccontando l’esperienza che facevamo; per loro è stata la possibilità di educazione alla cultura del dono e questo fino ad arrivare fino ad un’esperienza importante diventata un’esperienza di popolo che è la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare dove sono impegnati 1.800 volontari di cui 600 alpini. –
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Questo ci ha permesso di raccogliere in provincia di Como circa 150 tonnellate di alimenti che vengono distribuiti a 50 enti della provincia di Como per un totale di 4.500 assistiti. –
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Certo questi sono numeri, ma sono numeri che testimoniano innanzitutto una ricchezza, ma una ricchezza per noi, una ricchezza di una possibilità che è la scoperta innanzitutto di noi stessi dentro un gesto di carità semplice. –
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Grazie per questa possibilità. –
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Bene, per il fisico non c’è niente di più concreto del cibo, per il pensiero, per il cuore non c’è niente di più concreto di un libro. –
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Per cui dopo questo preambolone, parliamo con l’autrice di questo libro e chiediamole tutto quello che vogliamo chiederle. –
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Per esempio come l’è venuto in mente, quali sono state le storie più interessanti, quali i momenti più difficili, insomma via libera a Laura D’Incalci. –
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Laura D’Incalci - Autrice –
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Sono stati elencati tanti ringraziamenti e non posso che iniziare dicendo grazie. –
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Più che emozionata sono commossa, perché io ho prestato soltanto la mia capacità di scrivere, io scrivo da anni, questo libro è nato dal fatto che succedono dei fatti straordinari che io ho semplicemente raccontato. –
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Il fatto che Marco prima ha detto che loro si sono conosciuti di più, hanno conosciuto di più l’esperienza che stavano vivendo, fa parte di questa straordinaria storia perché ho proprio capito di più anche il nostro lavoro, che senso ha il nostro lavoro. –
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Ringrazio molto anche il Direttore Giorgio Gandola per le parole così lusinghiere che ha avuto. Lui diceva: “giornalismo puro”. Noi sappiamo benissimo quanto quotidianamente spesso viviamo la frustrazione di dover raccontare fatti a volte solo un po’ a metà, oppure fatti che ci costringono a guardare soltanto questioni negative dalle quali sembra non trasparire mai nessuna luce. Il fatto che lui dica che questo stile corrisponde ad un vero giornalismo apre anche una possibilità di cominciare a guardare anche al nostro mestiere con più simpatia forse… –
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Il vero giornalismo e il falso giornalismo non sono mai determinati dal lieto fine… non voglio darti una brutta notizia. –
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Tornando a come è nato questo libro, non è sicuramente nato da un’idea, da una decisione, dal fatto di dire “mi piacerebbe scrivere un libro”; questo desiderio penso che in ognuno di noi ci possa anche essere, ma è piuttosto nato invece da un coinvolgimento con queste storie, ripeto, straordinarie, che ho incontrato. Storie di amicizia e quindi nell’amicizia che cosa c’è? C’è innanzitutto il desiderio di comunicare, di trasmettere il meglio. –
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Vedo qua davanti a me alcuni dei protagonisti delle storie che vengono raccontate e vi assicuro che le storie possono emergere in queste pagine, grazie al fatto che le persone intervistate non hanno semplicemente dato delle risposte fredde, delle risposte documentative di alcuni fatti, ma hanno vissuto un’esperienza di condivisione. Hanno deciso di mettere in comune la loro vita – per quel tratto che si poteva farlo – innanzitutto con gli amici del Banco incontrati, ma anche con me. E’ stato anche un atto di coraggio e da quello che ho vissuto io in questa esperienza anche di recupero di una grande dignità. Io non ho incontrato dei poveri. Questo ve lo posso assicurare, neanche delle persone sventurate, delle persone che noi consideriamo di solito un po’ di serie B, un po’ con storie particolari. Ho incontrato veramente degli amici che hanno avuto la generosità di mettere a disposizione la loro esperienza perché venisse bene questo tentativo, perché tutti noi potessimo entrare in storie che hanno un grande significato. –
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Quindi questa è stata un’esperienza che sicuramente ha dato valore alla comunicazione, perché per noi è come quando uno ha la possibilità di fare uno scoop, ecco questi sono stati tantissimi scoop perché di fatti eccezionali che sono successi, difficilmente si parla a cuore aperto e queste persone hanno invece volentieri messo in comune la loro vita. –
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L’altro fattore che mi ha commosso e che ha permesso a questo libro, pur breve, di nascere e di prendere forma, è stato questo metodo dello stupore. –
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Dopo che abbiamo scritto, che io avevo incontrato un po’ di persone e scritto sei o sette di queste storie, han cominciato a girare tra di noi e tutti ci siamo stupiti leggendo queste storie, del contenuto, del messaggio, il che se ci pensate era strano perché erano fatti che in fondo si conoscevano eppure finché non sono stati scritti e non ce li siamo ritrovati così raccontati, nessuno aveva così profondamente colto il significato profondo che queste storie e queste vite avevano da raccontare. –
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Come dire che l’essenziale è vivere però anche la possibilità oggi in una società come la nostra dove la comunicazione è sempre più povera, forse invece vale la pena di ripescare la “voglia di comunicare” perché la comunicazione è un passo in più è stato proprio anche questa una scoperta che fra di noi abbiamo fatto. –
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Mi sono resa conto, adesso vado un po’ così come mi viene in mente… –
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Io giorni fa dicevo: “peccato che il libro è chiuso, è finito, perché io ho incontrato altre persone, ho conosciuto altre storie”. Oppure, pensando ad una scaletta a dei temi … –
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Voglio raccontare un fatto, sia pur solo con un accenno. Eravamo a metà di questa avventura e una nostra amica, amicissima in prima linea in questa vicenda del Banco, è stata toccata da un dolore veramente molto grave perché ha scoperto di attendere un bimbo gravemente malato. Questo fatto - di solito in queste vicende c’è il privato e poi quello che si può mettere in comune, il fare dei gesti di volontariato, ecc. - in questa occasione invece, questa persona che si chiama Sonia e che compare tra le storie che vengono raccontate, si è interrogata proprio diciamo a partire dal vivere questa esperienza di solidarietà quotidianamente e ci ha detto: “sono provocata, perché adesso che sono posta davanti al problema di come pormi nel guardare mio figlio sia pure malato, sia pure con delle difficoltà, mi tornano a galla tutti questi stimoli di cui noi parliamo spesso: che l’altro è una persona, che l’altro è un mistero, che la persona non va mai giudicata per come ci appare”; e si è messa in gioco nel vivere questa maternità così misteriosamente difficile, così dolorosa che poi infatti è finita con la nascita e anche la morte di suo figlio, in un modo tale per cui condividendo con lei questa scelta, questa sua storia è stata inserita nel libro. –
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Ecco questo per darvi l’idea che, più che una pianificazione, un’idea, un progetto editoriale, è stata proprio una vita condivisa e comunicata. –
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Accorcio anche perché questa nostra serata vorrebbe anche essere quella di darvi la possibilità di piccoli assaggi di questo testo e quindi mi voglio rifare a una delle storie che poi sentirete nella quale viene proprio fuori questa modalità, questo metodo di accostare la vita, in una intervista a Marco Lucchini iniziatore del Banco Alimentare. –
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Il Banco Alimentare voi sapete – spendo proprio una parola – è quella esperienza di recupero di prodotti alimentari che poi ha permesso questa occasione di distribuzione e di aiuto a una serie di enti che si occupano di persone in difficoltà. –
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Bene, anni fa quando non esisteva ancora il Banco Alimentare, Lucchini che era un neo laureato in agraria, scienze alimentari e quant’altro, viene investito sempre a titolo di volontariato di interessarsi di verificare come in Spagna era nata un’esperienza di Banco de Alimento mi sembra che si chiami. Lui nell’intervista mi racconta che per puro caso viene spedito in Spagna e si rende conto di questa organizzazione meravigliosa per cui i prodotti in scadenza anziché essere distrutti e buttati via venivano recuperati e distribuiti. Dice che tornato pieno di entusiasmo e comunque guidato sempre non tanto dall’idea di risolvere un problema di povertà o di partire da un’analisi sociale ma animato, guidato più che animato dallo stupore di fronte a quello che continuamente nella realtà accade e per chi sa guardarlo e raccoglierlo è sempre una provocazione, è sempre uno stimolo ad agire. E racconta in maniera anche divertente e carina da leggere come è nata, come si è svolta la prima raccolta del Banco Alimentare. –
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Io passerei adesso la parola … –
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Perfetto. Grazie Laura. Io farei un applauso alla nostra scrittrice che se lo merita tutto. Si giusto, assaggiamo questo libro in uno dei suoi brani. –
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A leggercelo è Albertina Nessi attrice regista. Il titolo di questo brano particolarmente bello è “Un fernet a stomaco vuoto”. –
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Albertina Nessi - Attrice –
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Lettura del brano tratto dal libro:
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Fernet a stomaco vuoto
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Bene grazie. Spesso si parte dalla fine, dal digestivo. –
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Il libro è cultura non soltanto solidarietà. Ci sembrava importante sottolineare anche questo aspetto e vogliamo farlo, ci fa molto piacere farlo, con Anna Rossi Presidente del Centro Culturale Paolo VI. Prego. –
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Anna Rossi - Presidente del Centro Culturale Paolo VI di Como –
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Io sono qui stasera solo perché con alcuni amici seguo un Centro Culturale e la cosa può sembrare strana. –
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Non c’è nulla forse nel nostro modo di pensare di più lontano di queste due parole: cultura e solidarietà. Sono due cose che noi teniamo separate. Che cosa c’entra la presentazione di un libro, la presentazione di un’esperienza che nasce dal desiderio di rispondere ad un bisogno, con quello che noi generalmente identifichiamo come “cultura”. –
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Basti pensare, per capire come sono lontani questi due mondi, in apparenza, alla nostra città. –
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Quando pensiamo alla parola cultura la prima cosa che ci viene in mente è l’annosa questione delle mostre: fare o meno grandi mostre, valorizzare quello che è legato al nostro territorio oppure uscire da un certo provincialismo. Mentre se pensiamo all’emergenza sociale ci viene in mente subito la fila di poveri in Via Tommaso Grossi o presso la San Vincenzo, oppure ancora quando si avvicina la stagione invernale le persone che non hanno un luogo dove andare a dormire. –
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Sono due mondi ripeto che noi ormai percepiamo come lontani. Ci prende anche un certo smarrimento: tutti noi pensiamo che si la cultura è qualcosa di importante, ma in fin dei conti di secondario rispetto a chi non ha da mangiare e chi non ha un posto dove dormire. –
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Come sempre ci vengono in soccorso i grandi scrittori: “Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e di giustizia - e si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno - ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio”. Così afferma lo scrittore francese Camus. –
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Quanto è vera questa citazione per raccontare l’esperienza del Banco! –
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Mi sembra di risentire le parole di Marco Mazzone riportate nel libro e così introdotte dall’autrice, le troverete appunto nel libro. –
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«Marco Mazzone, Presidente del Banco di Solidarietà non è tagliato per i discorsi complicati, va dritto ad indicare i due elementi essenziali dell’impresa, la domanda emergente in un bisogno reale e la risposta altrettanto concreta ed immediata. “Se uno ha fame non puoi certo rassicurarlo con parole e intenzioni – precisa – il primo impatto con queste situazioni di disagio ci costringe ad essere estremamente pratici”» (p. 19). –
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Camus cosa diceva? Che se l’uomo ha bisogno di pane e di giustizia si deve fare tutto quello che si può per soddisfare a questo bisogno. –
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Se questo è vero, è altrettanto vero, e non come qualcosa che viene dopo come un’aggiunta, è vero il Banco di Solidarietà e tutto il mondo vasto e variegato che si richiama a questo nome, penso ai volontari, penso alle persone che ricevono questo pacco, penso alle aziende che donano, penso alle tante opere di carità che nello stesso tempo ricevono dal Banco e danno, nel libro sono citate tra le tante la Casa Ozanam, la San Vincenzo, Cometa, il Movimento per la Vita. Tutto questo mondo senza censurare il dramma. Non possiamo “addolcire” una realtà che è fatta di bisogno e di necessità. Tutto questo mondo è coinvolto però dentro un’esperienza di bellezza: «si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla». –
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Esperienza di bellezza che riguarda innanzitutto chi fa quest’opera. –
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Parlando al mondo della cultura a Parigi lo scorso 12 settembre… –
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Parlando delle radici della cultura europea a partire dal monachesimo occidentale, il Papa ha ricordato che c’era un fattore che era all’origine di tutta l’esperienza, che era all’origine di una cultura, di un modo di vivere il lavoro, di un modo di accogliere chi era nel bisogno, c’era un fattore “unificante” dell’esperienza, che Benedetto XVI ha riassunto nella frase: quaerere Deum, cercare Dio. «Nella confusione dei tempi» – e come non identificare in quella confusione anche quella dei nostri tempi – nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi [i monaci] volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio». –
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Questa ricerca dell’essenziale, emerge chiarissimamente leggendo il libro, è ciò che muove i volti che fanno il Banco di solidarietà. Un volontario [– di cui poi la nostra amica Albertina ci leggerà un brano riportato nel libro –] afferma: «presto mi sono accorto che sono io ad aver trovato quel che cercavo senza saperlo, ad aver trovato la risposta al mio bisogno» (p. 35). –
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E come i monaci, cercando e trovando Dio che si faceva loro incontro, hanno dice il Papa «fondato la cultura dell’Europa», hanno generato un modo di vivere, un modo di lavorare, un modo di aiutare chi era nel bisogno, pieno di bellezza – ricordo solamente come hanno cambiato anche il volto del paesaggio dissodando terreni e sottraendoli alle paludi, penso alla bellezza dei manoscritti miniati o delle loro abbazie, come i monaci – così chi vive l’esperienza della solidarietà, della carità come risposta, innanzitutto, al proprio bisogno personale, genera una cultura nuova, una capacità di stare di fronte a chi è nel bisogno condividendone per intero l’esperienza e qui, mi permetto di aggiungere, anche con una “intelligenza” più chiara nell’affronto dei problemi sociali. –
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Questa unità della vita, questo percepire la vita da una parte come ricerca continua di un senso per sé e per gli altri, e dall’altra di rispondere a quelli che sono i bisogni concreti è un’unita che ha caratterizzato tutti quei grandi uomini che poi hanno dato vita a quelle opere che noi chiamiamo generalmente “opere di carità”. –
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La storia di Como è ricchissima di queste opere molte delle quali vivono ancora oggi. Vedo qui ci sono veramente tante persone che appartengono a queste opere, la maggior parte delle quali sono sorte in un periodo ben preciso nell’800 quando c’era una particolare emergenza: immigrazione, problemi sociali. –
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Per i loro fondatori era naturale che il rispondere ad un bisogno concreto nasceva esclusivamente dall’avere trovato una risposta, un bene per se. –
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Ricordo solo la gigantesca figura di don Luigi Guanella e mi permetto, qui perché in questi giorni non ho potuto non pensare anche a questo, alle suore Misericordine di Lecco dove vive Eluana Englaro. Basta leggere il comunicato breve che hanno rilasciato in questi giorni e c’è dentro proprio questa esperienza. –
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Chi oggi, e arrivo alla fine, ci ha insegnato e ci insegna a vivere così? –
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All’origine dell’esperienza del Banco di Solidarietà, e anche questo lo troverete nel libro, c’è un’intuizione nata dall’incontro di due persone, un industriale Danilo Fossati che ha fondato la Star e un prete don Luigi Giussani. –
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Qual era lo sguardo di carità che ha animato questo prete che come ricordava sempre era nato in una famiglia povera di pane ma ricca di musica con la ricerca fin da piccolo della bellezza. Cercava la bellezza fino a trovare la vera Bellezza. –
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Qual era lo sguardo di carità che tentativamente anima tutti quelli che in qualche modo si rifanno a lui nelle loro opere, di qualsiasi genere. –
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Un episodio raccontato dall’allora Cardinale Ratzinger in occasione dei funerali, ben sintetizza questo sguardo con cui voglio concludere. E’ una citazione lunga ma è un episodio concreto che dice più di tanti discorsi. –
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«Pensiamo agli anni ’68 e seguenti, un primo gruppo dei suoi era andato in Brasile e qui si trovò a confronto con la povertà estrema. Che cosa fare? Come rispondere? E la tentazione fu grande a dire: adesso dobbiamo, per il momento, prescindere da Cristo, prescindere da Dio, perché ci sono urgenze più pressanti, dobbiamo prima cominciare a cambiare le strutture, le cose esterne, dobbiamo prima migliorare la terra, poi possiamo ritrovare anche il cielo. –
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Monsignor Giussani – continua ora Benedetto XVI - con la sua fede imperterrita e immancabile, ha saputo che, anche in questa situazione, Cristo, l’incontro con Lui rimane centrale, perché chi non dà a Dio, dà troppo poco (Camus ci diceva: si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla). Don Giussani ha conservato la centralità di Cristo e proprio così ha aiutato con le opere sociali, con il servizio necessario l’umanità in questo mondo difficile, dove la responsabilità dei cristiani per i poveri nel mondo é grandissima e urgente». –
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Mi sembra così che si tenti di superare quell’equivoco con cui noi pensiamo le due parole “cultura” e “solidarietà” o “carità”. Cultura come qualcosa di intellettuale, di riservato a degli specialisti e dall’altra parte il rischio di ridurre la carità, la solidarietà a dare qualcosa di materiale ma non a servire l’uomo per intero. Grazie. –
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Bene, secondo brano titolo: “Gianluca è uscito dalla normalità”. Albertina Nessi. –
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Lettura del brano tratto dal libro:
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Gianluca è uscito dalla “normalità”
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Grazie. “L’olio nel vetro scuro” come è nato questo titolo? Perché è veramente particolare, attira l’attenzione. Poteva averlo inventato un editor della Mondadori. –
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Fa sempre parte di questa amicizia perché a ogni passo, anzi più che a ogni passo, ogni momento era facile il riferirsi, il raccontare, il riferirsi ad amici. –
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Mi hanno detto che è bello tutto, che è bella la copertina, la fotografia, i titoli e perché effettivamente sono venuti spunti da una serie di amici che bastava una telefonata e si consultavano, si consigliavano. Uno di questi amici, un regista, mi dice: “non stare a tirar fuori qualche titolo sulla solidarietà, l’amore e tutte queste cose qua, non usa affatto così”. –
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Io invece ero già lì che pensavo a questo genere di soluzione e dico ma “come si fa a inventarlo”? –
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“Tu prendi una delle storie, una frase, una parola e vedrai che ti viene fuori un titolo particolare”. –
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Siccome una delle storie, una di quelle che più mi aveva impressionato, anche se non è fra le più drammatiche in un certo senso, era stata quella che si intitola: “Le insostenibili esigenze della signora Edvige”. Racconta di un incontro tra i volontari e questa signora che è nella necessità materiale, ma soffre anche di qualche chiamiamola fissazione… è un po’ particolare. E quando i volontari del banco vanno a portarle il pacco, lei ha sempre delle uscite un po’ aggressive, un po’ scostanti, difficilmente li fa entrare. Quella volta li ha aggrediti – ero presente io che ovviamente ho cercato di essere anche …. -. A volte le interviste avvenivano proprio come vere interviste, altre volte mi mettevo un po’ collateralmente ai volontari, andavo insieme come passando per una volontaria, tanto poi … dicendo chiaramente chi ero e che avrei scritto con un nome diverso dalla persona in questione. –
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Questa persona ha incominciato a dire “Come mai l’olio nel vetro chiaro, no l’olio deve essere nel vetro scuro perché nel vetro chiaro perde le vitamine”. Quasi una scenata per dire…. Allora io ero, vi assicuro che ho imparato moltissimo seguendo questa esperienza, perché poi interrogavo i volontari – specialmente Marco veniva tartassato – e io dicevo: “ma scusate, a un certo momento se uno è povero si accontenta della bottiglia come è, chiara o scura, non vi capisco voi andate dietro a delle fisime pazzesche”. Loro mi hanno di volta in volta condotto a scoprire il valore di questo atteggiamento. –
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Mi dicevano: “Ma se per la signora Edvige è essenziale che l’olio sia nel vetro scuro e se noi andiamo per lei - noi non andiamo a rispondere con la presunzione di rispondere ad un bisogno perché altrimenti vorrebbe dire stare a casa perché i bisogno sono talmente tanti che è sproporzionata l’idea di mettersi a disposizione con l’idea di risanare il mondo dalle sue necessità - noi andiamo dalle persone che abbiamo incontrato, sperando di offrire gratuitamente qualche cosa che risvegli in loro il senso della vita”. –
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Altra questione, io stando con loro ho capito che il “senso della vita” che noi di solito utilizziamo come qualcosa di molto impalpabile, mentre i bisogni sono concreti, la solidarietà è concreta, il senso della vita è qualcosa che si consuma un po’ nel nostro cervello, nel nostro spirito. Invece il senso della vita è proprio una risposta altrettanto concreta che si rivela come un qualcosa che fuoriesce da un nostro calcolo. Non si presenta come una questione logica, che noi possiamo argomentare, possiamo comprendere nei suoi procedimenti “ecco, ho capito è così!”, ma si presenta come qualcosa che deborda, è gratuito, è come l’amore. L’amore è una risposta noi diciamo. In queste storie l’altra questione che viene continuamente fuori è che il bisogno – che noi siamo abituati a considerare sempre comunque qualcosa di estremamente negativo, che vorremmo colmare al punto di non avere più neanche dei bisogni, questo è il nostro grande sogno - il bisogno non è qualcosa che appartiene a certe categorie, ma il bisogno a ben vedere, in mille forme diverse si intreccia con il tessuto della nostra umanità. Noi abbiamo sempre bisogno di qualcosa e di qualcuno. Al limite invece che bisogno possiamo usare la parola desiderio, desiderio di essere ben voluti, desiderio di riuscire, desiderio di avere degli amici. Non esiste l’autosufficienza nella vita. –
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Il bisogno diventa nei racconti delle persone che io ho incontrato un specie di benedizione. Proprio anche riconosciuto con un giudizio. C’è una storia di cui un piccolo assaggio verrà letto che è drammatica inizialmente. La protagonista di questa storia si chiama Elsi dice proprio che, ringrazia il cielo di essersi trovata in un momento di grandissimo buio nella sua vita perché da quel momento, lei lo dice in una maniera così anche molto pittoresca che inizialmente mi aveva anche un po’ colpito - il titolo della storia infatti è “Elsi ha incontrato un angelo” - perche dice: “io ho incontrato degli angeli” perché le succede proprio nel momento in cui la sua speranza era ridotta a zero. Racconta di essere disperata e di aver pensato di fare un gesto estremo, si lascia guidare da quello che vede, cioè la realtà non era totalmente negativa, non era vuota, ma era rispondente, sia pur in maniera che lei non avrebbe mai potuto prevedere in quel momento, rispondente a quello che lei attendeva. Tant’è vero che da questo bisogno estremo nasce una storia di speranza ed Elsi adesso è volontaria del Banco di Solidarietà. –
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“Elsy ha incontrato un angelo” –
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Lettura del brano tratto dal libro:
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Elsi ha incontrato un angelo
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Bene, storie stupende per un libro molto particolare, un’iniziativa veramente unica. –
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A tirare le conclusioni, secondo me dovrà essere, perché è importante in questo momento la sua presenza, il responsabile regionale della Colletta Alimentare Emilio Roda che si è calato in questa realtà che sicuramente conosceva in tutti i suoi dettagli di solidarietà ma non magari in queste storie particolari o non particolari. Ce lo dirà lui. –
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Emilio Roda - Presidente Associazione Banco Alimentare della Lombardia –
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Grazie. Un compito difficile, comunque tento. Ringrazio di questa occasione. Devo dire subito che ho letto quasi d’un fiato il libro di Laura che è come una ventata di aria fresca. E’ una cosa che si legge e che ti apre il cuore alla speranza. Storie drammatiche che ti aprono alla speranza. E’ quasi una contraddizione, ma è così. Vi invito proprio a leggerlo perché nel quadro che si sta facendo davanti a noi in questa situazione economica mondiale che sembra, no che sembra, che è pesante, che è triste, non sappiamo dove andiamo a finire. Si dice che all’inizio di una crisi che non si sa quanto durerà, comunque sicuramente siamo di fronte a un tempo difficile, leggere questo libro, queste storie ci apre a una speranza. Perché ci apre alla speranza? Perché c’è una parola che sta sotto tutto, secondo me, e che tiene legate tutte queste storie, queste vite. E’ la parola che secondo me dovrebbe stare davanti al nostro cuore e ai nostri occhi tutti i giorni, non sono i piani quinquennali, non sono i raduni dei G8 e dei G20, 30…. non sono queste cose qui che potranno risolverci il dramma che andremo a vivere nei prossimi anni, ma è la condivisione. –
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La parola che sta sotto tutto questo è la “condivisione”. Se noi non impariamo, non incominciamo a guardarci gli uni e gli altri come parte di uno stesso corpo, facenti parte della stessa realtà. –
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Si diceva prima che è della natura dell’uomo interessarsi agli altri, e che diversamente si è meno uomini, non è che si può vivere ugualmente, o meglio, si può vivere ugualmente perché normalmente tutti viviamo così infischiandocene degli altri, facendo finta di non vedere, di non sentire, di non ascoltare. Questo ci capita a tutti, tutti i giorni, continuamente, in casa, in famiglia, con la moglie, con i figli. Quando ci si trova davanti ad un problema, ad un bisogno, a qualche cosa, la prima cosa che ci viene è “parla no” “fa finta de nient” “lasa sta”. –
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Si cerca di togliere il problema, di nasconderlo, di far finta che non esista, di far finta che non c’è e andiamo avanti. Avanti dove, dove vai? dove andiamo se dimentichiamo la realtà? –
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Non si va da nessuna parte, non andiamo da nessuna parte. Lo si capisce che non andiamo da nessuna parte perché non siamo contenti. La cartina di tornasole è questa qua: non siamo contenti. –
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E allora? Allora c’è un’unica strada, riconoscere che c’è un dato, che siamo fatti dalla stessa carne, dalla stessa pasta tutti quanti, rossi, gialli, neri, verdi, musulmani, siamo tutti parte di uno stesso mistero che all’inizio è una unità. E dobbiamo fare una cosa sola: riconoscere. Riconoscere questo dato che d’altra parte tutti i giorni ci viene davanti perché quando ci alziamo alla mattina e ci guardiamo nello specchio ci siamo! Ma come mai ci siamo? Centinaia, migliaia, milioni di persone non ci sono più e noi ci siamo ancora. Ma cosa abbiamo fatto per esserci ancora? Niente. Ci troviamo ad esserci ancora, ad avere ancora la vita, adesso, qui. Siamo qui, parliamo, io parlo, voi mi ascoltate, siamo vivi, ci siamo, ma chi ha fatto qualcosa per esser qui stasera così ? Chi di noi poteva dire con certezza, con sicurezza che sarebbe stato qui? –
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Questo è mistero. Ci è dato. La vita ci è data, la realtà ci è data, gli incontri ci sono dati, ma per che cosa? Per che cosa ci sono dati questi incontri, questa vita, quello che abbiamo addosso? Per testimoniare un amore che c’è su di noi. C’è Uno che ci vuol bene. C’è Uno che sta all’origine di tutto che vuol bene a tutto, che ama tutti e ci abbraccia tutti e desidera una sola cosa: darci la pienezza della sua vita, comunicarci la pienezza della Sua vita, farci partecipi della pienezza della Sua vita, della Sua contentezza, della Sua gioia, della Sua felicità, della Sua libertà. –
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Scusatemi, quando io sento dire: “voglio la pace”, va bene, perché c’è qualcuno che vuole la guerra? Pace, pace! Scusami ma c’è qualcuno tra di noi che vuole la guerra? Ma c’è bisogno di dirlo, tutti vogliamo la pace, tutti noi vogliamo la giustizia, la libertà. Ma come, dimmi come fai! –
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Pace, pace, libertà, giustizia, tutti ce l’abbiamo dentro questo desiderio, ma mi devi dire come fai, come fare per avere la pace, la giustizia, la liberta? Tu come fai? Andando in piazza con la bandiera? Ma fammi ridere! Ma chi lo vai a raccontare, è ora di finirla di prenderci in giro. Dimmi come fai a vivere la pace, la libertà e la giustizia? –
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Noi abbiamo avuto un Maestro che ci ha detto, ci ha insegnato che cosa significa, come, qual è la strada da percorrere per vivere in pace, per vivere la giustizia, per essere liberi, veri, per essere contenti. Ce l’ha insegnato ed è la carità, la condivisione, quello che diceva prima: portare i pesi gli uni degli altri. –
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D’altra parte il nostro Dio non è Buddha seduto sul trono con le mani conserte e la bella pancia piena, ma è uno che sta su in croce e non credo che sia stata una cosa molto facile, molto semplice, ma questa è stata la strada che gli ha permesso di vivere la strada della pienezza della libertà, della verità, della giustizia e della pace e ha aperto la strada per tutti noi. –
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Non c’è un altro percorso, condividere, lasciarci abbracciare da Uno che ci vuol bene e seguirlo imitandolo. –
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Un grazie a Emilio Roda e siamo verso la conclusione e prima di dare la parola ancora a Marco Mazzone per i saluti finali volevo fare una brevissima riflessione. –
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Questo è un libro di parole e concetti, ma talvolta per esprimere i concetti sono importanti anche i numeri. –
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Sentivo prima 125 famiglie aiutate; l’impegno di 70 volontari e poi 150 tonnellate di alimenti; 4.500 assistiti a oggi. Ci riporta alla concretezza di quello che avverrà sabato 29 novembre con la Colletta Alimentare e a un’ultima riflessione su questo libro. Abbiamo capito che qui dentro non c’è l’emarginato ma c’è l’uomo. Qui dentro, a nuotare nell’olio in un recipiente dal vetro scuro ci siamo anche noi e quindi torneremo a casa con qualcosa in più. –
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Prego Marco Mazzone la conclusione. –
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Grazie. Grazie al Direttore Giorgio Gandola per le sue parole, grazie a Emilio Roda, grazie ad Anna Rossi, grazie a Laura. Vorrei fare un applauso caloroso a Laura per il lavoro che ha fatto. Grazie a tutti. –
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